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Scrive LEONARDO BASILE
"Tra le opere più emblematiche della ricerca di Rosario Mercuri,
Reperto archeologico si impone come una presenza enigmatica e perturbante, capace di sintetizzare in un'unica immagine alcuni dei nuclei fondamentali della sua poetica: la memoria, l'oggetto quotidiano, il tempo, l'ironia e il paradosso. L'opera, realizzata tra il 2007 e il 2008, presenta
una struttura slanciata che richiama un alto sgabello o un supporto rituale, culminante in un vecchio telefono, anch'esso trasformato e reso irriconoscibile da un processo di fasciatura e neutralizzazione materica. Mercuri attribuisce a questo assemblaggio il titolo di Reperto archeologico, suggerendo immediatamente uno slittamento temporale che costituisce il cuore concettuale del lavoro.
L'artista opera infatti una sorta di "archeologia del presente". Non porta alla luce un manufatto appartenente a una civiltà remota, bensì un oggetto che fino a pochi decenni fa rappresentava uno dei simboli più evidenti della comunicazione umana: il telefono fisso. Nel momento in cui la tecnologia digitale ne ha decretato l'obsolescenza, esso viene trasfigurato in reperto, in testimonianza muta di un'epoca ormai consegnata alla memoria collettiva. Mercuri coglie con lucidità il destino degli oggetti contemporanei: ciò che oggi appare indispensabile, domani sarà soltanto una traccia, un frammento da interpretare.
La scelta del rivestimento bianco risulta particolarmente significativa. La materia cancella la funzionalità originaria dell'oggetto e lo avvicina all'aspetto di un fossile, di un manufatto appena estratto da uno scavo o conservato in un museo. È una pelle che protegge e al tempo stesso occulta. Il telefono non comunica più; è diventato immagine della comunicazione perduta. L'opera mette così in scena uno dei paradossi più attuali della società contemporanea: quanto più crescono i mezzi di connessione, tanto più gli strumenti che li hanno preceduti precipitano rapidamente nell'oblio.
L'installazione possiede inoltre una forte componente metaforica. L'altezza sproporzionata della struttura conferisce all'oggetto una dimensione quasi totemica. Il telefono viene innalzato a reliquia laica, a monumento di una civiltà tecnologica che produce incessantemente i propri scarti. In questa verticalità estrema si avverte una tensione tra elevazione e precarietà: l'oggetto sembra venerato e insieme abbandonato, celebrato e dimenticato. La memoria tecnologica assume così i tratti di una moderna archeologia industriale.
Come spesso accade nella produzione di Mercuri, l'ironia convive con la riflessione critica. Il titolo induce inizialmente un sorriso, poiché il telefono appartiene a un passato ancora vicino; ma proprio questa apparente incongruenza diventa il motore dell'opera. L'artista ci costringe a prendere coscienza della velocità con cui il tempo contemporaneo consuma i propri simboli. Ciò che separa un oggetto d'uso da un reperto storico non è più una distanza di secoli, ma talvolta soltanto una generazione.
Sotto questo profilo, Reperto archeologico si colloca pienamente all'interno di quella sintesi tra arte concettuale, sensibilità materica e atteggiamento neo-dadaista che caratterizza l'intero percorso dell'artista. L'oggetto comune viene sottratto al proprio contesto funzionale e reinserito in uno spazio di interrogazione estetica e filosofica. La lezione del ready-made è evidente, ma Mercuri la rinnova attraverso una forte attenzione al valore simbolico della materia e al tema della memoria culturale.
L'opera può essere letta anche come una riflessione sul linguaggio e sull'assenza. Quel telefono, privato della possibilità di trasmettere la voce, diventa metafora di tutte le comunicazioni interrotte, dei dialoghi perduti, delle relazioni che il tempo ha cancellato. Non è soltanto un oggetto tecnologico fossilizzato: è la traccia di una presenza umana scomparsa. In tal senso l'archeologia evocata da Mercuri non riguarda esclusivamente gli strumenti, ma soprattutto le esperienze, le abitudini e i modi di vivere che essi incarnavano.
Reperto archeologico si rivela dunque un'opera di grande efficacia visiva e concettuale. Attraverso una struttura essenziale e una sorprendente economia di mezzi, Rosario Mercuri riesce a trasformare un semplice telefono in un dispositivo critico capace di interrogare il rapporto tra memoria e progresso, permanenza e obsolescenza, presenza e assenza. È un lavoro che invita lo spettatore a guardare il presente con gli occhi dell'archeologo e a comprendere come ogni civiltà, compresa la nostra, produca continuamente i reperti del proprio futuro."
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